Nel linguaggio clinico, il termine neuroatipicità viene utilizzato per descrivere modalità di funzionamento neurobiologico che si discostano da ciò che è considerato tipico.
Non si tratta di “malattie” nel senso comune del termine, ma di modi specifici di elaborare informazioni, percepire il mondo e organizzare l’esperienza interna ed esterna.
Il termine neurodivergenza, invece, nasce in ambito sociale e culturale. Viene utilizzato per sottolineare che queste differenze non sono necessariamente da correggere, ma da comprendere, riconoscere e valorizzare.
Questi due termini non sono perfettamente sovrapponibili.
La prospettiva clinica (neuroatipicità) è utile per:
comprendere il funzionamento
effettuare una diagnosi
costruire interventi mirati
La prospettiva sociale (neurodivergenza) è utile per:
ridurre lo stigma
promuovere accettazione
riconoscere il valore delle differenze
Nel mio lavoro clinico scelgo di tenere insieme queste due prospettive. Da un lato, utilizzo strumenti diagnostici e modelli clinici per comprendere il funzionamento della persona. Dall’altro, considero la neurodivergenza come una variazione dell’esperienza umana, non come qualcosa da “normalizzare”.
Questo significa lavorare non per cambiare chi sei, ma per aiutarti a:
comprendere il tuo funzionamento
ridurre la fatica e il sovraccarico
costruire una vita più sostenibile
aumentare la tua qualità di vita
Negli ultimi anni questi temi sono sempre più diffusi, ma anche spesso semplificati. Per questo è importante distinguere tra:
contenuti divulgativi
una valutazione clinica strutturata
Se senti che alcuni aspetti ti riguardano, il passo successivo è capire meglio come funzioni.