Nel mio lavoro clinico utilizzo il termine neuroatipicità per descrivere modalità di funzionamento che si discostano da ciò che è considerato (neuro) tipico.
Nel linguaggio comune, queste stesse condizioni vengono spesso indicate con il termine neurodivergenze, nato in ambito sociale per sottolineare il valore delle differenze individuali.
Nei principali manuali diagnostici (DSM-5-TR e ICD-11), le condizioni di neuroatipicità vengono descritte all’interno dei cosiddetti disturbi del neurosviluppo, che includono le disabilità intellettive, i disturbi della comunicazione, il disturbo dello spettro dell’autismo, il disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD), i disturbi specifici dell’apprendimento e i disturbi del movimento (tra cui il disturbo dello sviluppo della coordinazione, o disprassia, e i disturbi da tic, come la sindrome di Tourette).
Accanto a queste condizioni, nella presente pagina viene citato anche l’alto potenziale cognitivo, che non costituisce una categoria diagnostica nei manuali clinici, ma rappresenta un profilo di funzionamento cognitivo atipico studiato in ambito psicometrico ed educativo. Pur richiedendo strumenti standardizzati per una valutazione formale, può essere riconosciuto e ipotizzato clinicamente come modalità specifica di funzionamento.
All’interno della mia pratica clinica, rivolta prevalentemente ad adulti, mi occupo in particolare di alcune di queste condizioni, come il disturbo dello spettro dell’autismo livello 1 e l’ADHD, che possono rimanere non riconosciute fino all’età adulta e avere un impatto significativo sul benessere psicologico e sul funzionamento quotidiano.
Di seguito riporterò alcune condizioni di neuroatipicità.
DISTURBO DELLO SPETTRO AUTISTICO CON LIVELLO 1 DI SUPPORTO - ( SINDROME DI ASPERGER ) -
Nei manuali diagnostici attuali (DSM-5-TR e ICD-11), la sindrome di Asperger non è più una categoria autonoma, ma rientra nel disturbo dello spettro dell’autismo. Il termine resta comunque diffuso e significativo, soprattutto per molte persone adulte che hanno ricevuto questa diagnosi in passato e vi si riconoscono.
Rappresenta un modo specifico di funzionare che influenza il modo in cui una persona percepisce, interpreta, vive e risponde al mondo.
È legato a una diversa organizzazione neurobiologica:
le stesse aree del cervello presenti in tutti, ma che si attivano, si coordinano e comunicano tra loro in modo diverso.
Per questo motivo, essere autistici non è una scelta, un capriccio o qualcosa che si modifica con la volontà.
Non è ciò che si vede da fuori
Quando si parla di autismo, si pensa spesso a immagini stereotipate:
il bambino genio della matematica, l’adolescente “nerd”, l’adulto che non parla o che rifiuta il contatto.
Ma una parte dello spettro è molto meno visibile.
Si tratta di adulti che:
lavorano
parlano
hanno relazioni
appaiono “funzionanti”
E proprio per questo spesso non vengono riconosciuti.
Il punto non è se riescono a fare le cose: è quanto costa farle, ogni giorno
Molte persone Asperger hanno imparato ad adattarsi.
Sanno cosa dire.
Sanno come comportarsi.
Sanno stare dentro le situazioni.
Ma questo adattamento è continuo, automatico, spesso invisibile. E ha un costo.
1. Il corpo e i sensi: un sistema sempre più esposto
Per molte persone nello spettro, il primo livello di fatica è interno, corporeo, sensoriale.
Non è qualcosa che “succede dopo”. È qualcosa che accompagna tutta la giornata.
Esempi concreti:
vestiti che pizzicano, stringono o danno fastidio per ore, anche se “normali”
suoni di sottofondo (un frigorifero, un neon, una musica lontana) che diventano impossibili da ignorare
luci troppo forti o ambienti visivamente caotici che affaticano rapidamente
odori che restano addosso e saturano
contatto fisico percepito come invadente, anche se socialmente appropriato
È come avere un sistema nervoso più aperto, più esposto, meno filtrato.
Questo significa partire già con un livello di attivazione più alto rispetto alla media.
2. Gli ambienti quotidiani: il sovraccarico che non si vede
Quando la persona esce di casa, entra in ambienti non controllabili. E qui il carico aumenta.
Nei contesti sociali (bar, ristoranti, luoghi pubblici)
difficoltà a seguire una conversazione per il rumore di fondo
sovrapposizione di voci, suoni, movimenti → perdita del filo
bisogno di concentrarsi intensamente anche solo per ascoltare
aumento progressivo della tensione interna
La persona è lì. Parla. Risponde.
Ma sta lavorando molto più degli altri per restare presente.
Nel lavoro
riunioni con più persone → difficoltà a capire quando intervenire
comunicazioni implicite → incertezza su cosa è richiesto davvero
cambi improvvisi di programma → fatica a riorganizzarsi rapidamente
ambienti caotici o rumorosi → calo drastico di efficienza
Esempi tipici:
lavorare molto bene da soli, ma andare in difficoltà nei contesti di gruppo
sapere perfettamente cosa fare, ma bloccarsi quando il contesto è poco chiaro
avere prestazioni molto variabili a seconda dell’ambiente
Nella vita quotidiana
fare una commissione semplice può richiedere un grande sforzo mentale
gestire più stimoli contemporaneamente (persone, suoni, compiti) porta rapidamente a saturazione
uscire per poche ore può generare bisogno di isolamento prolungato dopo
3. La socialità: non è timidezza, è complessità
Non si tratta solo di essere introversi.
Molte difficoltà riguardano:
comprendere cosa è implicito o non detto
cogliere ironia, doppi sensi, sfumature
capire quando parlare, quanto parlare, quando fermarsi
Molti adulti hanno sviluppato strategie molto raffinate:
osservano e imitano
preparano mentalmente le interazioni
controllano il proprio comportamento mentre parlano
Possono sembrare disinvolti.
Ma spesso:
si preparano prima
si monitorano durante
ripensano a lungo dopo (“ho detto la cosa giusta?”)
4. Funzioni esecutive: quando organizzare costa energia
Anche con buone capacità cognitive, possono esserci difficoltà nel:
iniziare un compito
gestire più cose contemporaneamente
adattarsi ai cambiamenti
stabilire priorità
Esempi concreti:
sapere cosa fare, ma non riuscire a partire
sentirsi bloccati davanti a compiti poco strutturati
andare in difficoltà quando qualcosa cambia all’ultimo momento
alternare momenti di grande efficacia a momenti di blocco
Non è mancanza di volontà. È costo cognitivo più alto.
5. Emozioni: presenti, intense, ma difficili da riconoscere ed esprimere
Le emozioni non mancano. Spesso sono anche molto intense.
Ma possono esserci difficoltà nel:
riconoscerle con precisione
dare loro un nome
comunicarle in modo comprensibile
Questo può portare a:
accumulo interno
esplosioni improvvise
oppure chiusura e ritiro
6. Quando il sistema si satura
Se il carico si accumula senza recupero, il sistema reagisce. In modi diversi:
sotto traccia → stanchezza cronica, irritabilità, senso di vuoto
in uscita → reazioni emotive intense
in spegnimento → blocco, ritiro, difficoltà a parlare o pensare
Non è instabilità. È sovraccarico prolungato.
7. Strategie per “reggere” (non sempre sostenibili)
Per abbassare questa attivazione costante, alcune persone trovano modi per silenziare il sistema:
cibo
alcol o sostanze
isolamento
comportamenti ripetitivi
Funzionano nel breve termine. Ma nel lungo periodo possono complicare ulteriormente la situazione.
Non è debolezza. È un sistema sotto pressione da troppo tempo.
8. “Ma io l’ho sempre fatto”
Molti adulti non si riconoscono subito. Perché hanno sempre funzionato.
Ma spesso:
una cena → richiede isolamento dopo
una giornata lavorativa → esaurisce completamente
una riunione → resta in mente per ore
Funzionare non significa stare bene.
9. Accanto alla fatica, anche risorse importanti
Questo funzionamento può portare anche a:
profondità di pensiero
attenzione ai dettagli
coerenza interna
interessi intensi e autentici
È come avere una lente molto precisa: funziona bene, ma in condizioni adatte.
10. Il ruolo dell’ambiente: il contenitore fa la differenza
Le difficoltà o le risorse non dipendono solo dalla persona,
ma dall’incontro tra il suo funzionamento e il contesto.
È come una pianta in un terreno non adatto: non è fragile, è il contesto che non è sintonizzato.
ambienti caotici e imprevedibili → aumentano il carico
ambienti chiari e rispettosi → riducono la fatica
→ Non si tratta solo di adattare la persona all’ambiente ma di comprendere quale ambiente le permetta di funzionare meglio.
Se leggendo queste righe qualcosa non suona generico, ma preciso, riconoscibile, familiare, può valere la pena approfondire.
ADHD
ADHD è l’acronimo di Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività.
Questo funzionamento è legato a una diversa organizzazione neurobiologica: le stesse aree del cervello presenti in tutti, ma che si attivano, si coordinano e comunicano tra loro in modo diverso.
Quindi essere ADHD non è una scelta, un capriccio o qualcosa che può essere modificato con la sola volontà.
Oggi sappiamo che l'ADHD è una diversa capacità operativa del 'Direttore d'Orchestra' del cervello: il sistema delle Funzioni Esecutive.
Le funzioni esecutive sono l’insieme di capacità che permettono di organizzare, avviare, mantenere e regolare le azioni nel tempo.
Sono ciò che consente, nella vita quotidiana, di passare da “so cosa dovrei fare” a “riesco davvero a farlo”.
Torniamo al direttore d’orchestra, non è lui a suonare gli strumenti, ma coordina:
quando iniziare
cosa viene prima e cosa dopo
quanto tempo dedicare a ogni cosa
quando fermarsi
Quando questo sistema funziona bene, tutto sembra fluire.
Ma nelle persone ADHD, funziona in modo diverso, gli strumenti ci sono ma fanno fatica a suonare insieme perchè questo “direttore d’orchestra” fatica a coordinare in modo stabile e prevedibile.
È un po’ come:
avere un’auto molto potente, ma con un acceleratore e un freno difficili da modulare
avere un’agenda piena di impegni, ma senza qualcuno che aiuti a metterli in ordine
sapere perfettamente cosa fare, ma non riuscire ad “agganciare” l’azione
Una persona può:
sapere che deve uscire alle 8:00 e ritrovarsi alle 7:55 ancora non pronta
avere una giornata libera e non riuscire a iniziare nulla fino a quando non diventa urgente
iniziare più attività contemporaneamente e lasciare tutte a metà
avere una scadenza importante… e attivarsi solo all’ultimo momento
Molte persone ADHD:
sanno cosa dovrebbero fare
capiscono perfettamente le priorità
hanno buone capacità cognitive
→ ma fanno fatica a trasformare questa consapevolezza in azione a causa del funzionamento del loro cervello.
Questo funzionamento rappresenta un deficit reale.
Non perché la persona “non sia capace”, ma perché il sistema che organizza e regola le azioni non è automaticamente e stabilmente disponibile.
Per questo motivo, diventa fondamentale portare fuori dal cervello alcune funzioni esecutive, costruire all’esterno quel “direttore d’orchestra” che internamente fatica a essere stabile.
Allo stesso tempo, questo stesso funzionamento può portare con sé aspetti di grande valore:
una mente rapida, intuitiva, capace di cogliere connessioni non immediate
una forte creatività, pensiero divergente e capacità di uscire dagli schemi
energia, intensità, passione quando qualcosa è significativo
Quando l’ambiente diventa più adatto e le funzioni esecutive vengono “esternalizzate” in modo efficace, molte persone ADHD non solo compensano le difficoltà, ma esprimono una unicità che può diventare una risorsa autentica nella propria vita personale e professionale.
Se leggendo queste righe qualcosa non suona generico, ma preciso, riconoscibile, familiare, può valere la pena approfondire.
ALTO POTENZIALE COGNITIVO (APC) - GIFTEDNESS / PLUSDOTAZIONE
Non sono categorie diagnostiche nei manuali clinici (DSM-5-TR, ICD-11), ma profili di funzionamento.
La loro valutazione anche negli adulti richiede l’utilizzo di una batteria di strumenti standardizzati specifici, come le scale WAIS, che non rientrano nella mia pratica clinica.
Per questo motivo, in questa sede mi limito a fornire alcuni elementi sintetici di orientamento, utili per comprendere di cosa si tratta e quando può avere senso approfondire.
Alto Potenziale Cognitivo (APC): Si riferisce a un funzionamento intellettivo superiore alla media (generalmente tra 115 e 129 di QI). Rappresenta una riserva di risorse cognitive elevate che permettono grande rapidità di apprendimento e facilità nel risolvere problemi complessi.
Plusdotazione: È il termine clinico italiano che identifica chi possiede capacità cognitive eccezionali (QI ≥ 130). Non è solo una questione di "intelligenza quantitativa", ma un funzionamento neuroatipico che comporta un modo differente di percepire la realtà, spesso accompagnato da un'intensa sensibilità emotiva.
Giftedness: è il termine internazionale più diffuso nel mondo anglosassone, soprattutto negli USA
È più corretto intenderlo come un profilo di funzionamento, che può includere:
rapidità nell’apprendimento
facilità nel cogliere schemi e connessioni
pensiero astratto e orientato alla complessità
curiosità intensa e trasversale
bisogno di comprendere in profondità
L’alto potenziale non è automaticamente una risorsa espressa.
In contesti poco stimolanti o poco sintonizzati, è come avere un sistema progettato per elaborare complessità, che se utilizzato in ambienti che richiedono semplificazione continua, può tradursi in:
noia cronica
difficoltà motivazionali
senso di disallineamento
dispersione delle energie
Spesso queste caratteristiche non si presentano isolate. In molti adulti, la plusdotazione convive con l'Autismo di livello 1 (ex Asperger) o l'ADHD, creando un profilo di "doppia eccezionalità". Questa sovrapposizione può generare un paradosso: grandi doti intellettive che coesistono con fatiche quotidiane nella regolazione emotiva, nell'organizzazione o nelle interazioni sociali.
DISTURBI SPECIFICI DELL'APPRENDIMENTO - DSA
La valutazione dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento (come dislessia, disortografia, disgrafia e discalculia) richiede l’utilizzo di batterie testistiche specifiche e aggiornate, e rientra prevalentemente nell’ambito dell’età evolutiva.
Nel mio lavoro clinico mi occupo esclusivamente di adulti e non mi occupo di valutazione o diagnosi dei DSA, anche perché nella maggior parte dei casi queste condizioni vengono oggi intercettate già in età scolare.
Per questo motivo, in questa sede mi limito a fornire alcuni elementi sintetici di orientamento.
I DSA riguardano difficoltà specifiche e circoscritte in alcune abilità di base, come:
lettura (dislessia)
scrittura (disortografia/disgrafia)
calcolo (discalculia)
A fronte di un funzionamento cognitivo generale nella norma.
Esistono comunque adulti che:
non sono mai stati valutati
hanno ricevuto una diagnosi tardiva
hanno sviluppato nel tempo strategie di compensazione
In questi casi, le difficoltà possono essere meno evidenti, ma ancora presenti, ad esempio:
lettura lenta o faticosa
difficoltà nella scrittura senza strumenti di supporto
evitamento di attività che richiedono calcolo o gestione numerica
maggiore dispendio di energia in compiti che per altri sono automatici
Molti adulti con DSA hanno trovato modalità efficaci per adattarsi, ad esempio:
utilizzando strumenti digitali
scegliendo percorsi di studio o lavorativi più compatibili
sviluppando strategie alternative
Questo può permettere una buona autonomia, pur in presenza di alcune fragilità specifiche.
I DSA possono coesistere con altre modalità di funzionamento, come ADHD o spettro autistico, contribuendo a rendere il quadro più articolato.
DISPRASSIA
La disprassia è una condizione che riguarda le abilità motorie, in particolare la coordinazione, la pianificazione dei movimenti e l’equilibrio.
Può interessare sia le abilità manuali sia i movimenti più globali del corpo
Nella vita quotidiana può tradursi in difficoltà che impattano attività pratiche come:
praticare sport
utilizzare oggetti di uso comune (ad esempio posate o strumenti manuali)
svolgere azioni quotidiane che richiedono coordinazione (come organizzare movimenti in sequenza, ad esempio imbustare la spesa)
È importante sottolineare che questo non significa non essere in grado di svolgere queste attività.
Piuttosto, la persona può riuscirci, ma con un dispendio di energia, attenzione e fatica significativamente maggiore rispetto alla media.
Proprio perché molte persone sviluppano nel tempo strategie di adattamento, la disprassia può non essere immediatamente riconosciuta, soprattutto in età adulta.
Tuttavia, può contribuire a una sensazione persistente di fatica nelle attività quotidiane.
Nell’adulto, la valutazione della disprassia è di tipo clinico.
Ad oggi non esistono strumenti standardizzati o interviste specifiche dedicate esclusivamente a questa condizione, per cui la comprensione del funzionamento si basa su un’attenta analisi della storia e delle difficoltà riportate dalla persona.